lunedì 11 gennaio 2010

Quella volta in cui Richard Gere cercò di convertirmi al buddismo (e non ci riuscì)


Magari non lo fa di proposito, ma Richard Gere ha il vizio di far sentire frivola la povera giornalista arrivata a intervistarlo. La prima volta è stato a Venezia, due anni fa. Lui era protagonista di The hunting party, sulla guerra in Bosnia.  Io, siccome si era pieno delirio Brad e Angelina, volevo sapere che cosa si prova a essere la coppia più bella del mondo da uno che nel breve periodo del matrimonio con Cindy Crawford ha rappresentano il prototipo di tutti i Bangelini di qua a venire. Non ci fu verso di avere una risposta. In compenso si parlò molto di Olimpiadi in Cina, di buddismo, di tecniche di meditazione. Tutte cose interessantissime, per carità, ma siccome nulla è nostalgico e interessante come i nostri sedici anni e siccome io a sedici anni o giù di lì avevo i suoi poster in cameretta, è comprensibile che ritrovandomelo davanti la prima mia curiosità non siano i suoi incontri col Dalai Lama. Due anni dopo va un po’ meglio. Di diverso ci sono i film in uscita, ben due. Il primo si intitola Amelia, storia della pioniera dell’aviazione Amelia Earhart, la prima donna ad aver sorvolato l’oceano Atlantico (interpretata da Hilary Swank). L’altro è il film che non ti aspetteresti  da uno come lui, parlandone al passato. Si intitola Hachiko: il tuo migliore amico ed è tratto da una storia vera, quella di un cane che per dieci anni ha aspettato il padrone morto nel luogo dove era solito incontrarlo tutti i giorni dopo il lavoro. Una storia che ha commosso tutto il Giappone e che, portata sullo schermo, ha mantenuto tutta la tenerezza e la originaria capacità di far piangere (mai visti tanti nasi rossi in sala). Capelli bianchi, completo scuro, fisico asciutto, Richard Gere risponde ad ogni domanda con lunghi monologhi nei quali, prima o tardi, fanno capolino in ordine sparso il buddismo, la felicità, la capacità di aprirsi agli altri. Ad esempio, parlando del protagonista del film, il cane Hachiko, Gere lo paragona a uno yogi: «È lì che aspetta il suo padrone: non soffre, non spera, non chiede nulla, non rimugina sul passato. Aspetta e basta. È esattamente quello che si fa durante la meditazione».
Il mondo degli uomini non ci fa una bella figura se paragonato a quello degli animali: sembra che solo questi ultimi siano capaci di sentimenti puri?
«Anche il mondo animale può essere crudele e spietato, senza contare che ci sono specie animali che praticano il cannibalismo. Però capisco che ci sia la tentazione di guardare agli animali e di invidiare la loro semplicità, l’assenza di responsabilità. Alla fine però credo che appartenere al genere umano sia ancora preferibile e le spiego perché. Primo, perché noi, a differenza loro, possiamo farci domande sullo scopo della vita, sulla direzione che vogliamo prendere, su cosa vogliamo diventare. Secondo, perché noi soffriamo e sbagliamo,  e sono proprio le nostre sofferenze a darci l’energia per realizzare grandi cose».
Ammetterà però che un tipo di amore così incondizionato come quello di Hachiko verso il suo padrone è sempre più difficile da trovare nella nostra società?
«È vero. Compriamo e vendiamo amore come se fosse una merce di scambio. L’unica forma di amore ancora sincero è forse quella dei genitori nei confronti dei figli, soprattutto le madri».
È l’egoismo che impedisce agli adulti di amarsi in modo sincero?
«È difficile amare se non ci si lascia andare completamente. Noi adulti siamo tutti molto protetti dietro barriere che noi stessi abbiamo costruito. Siamo sempre sulla difensiva, incapaci di metterci a nudo, di farci vedere. Ci riusciamo solo quando siamo davanti a un bambino o, appunto, a un cane».
Lei ha imparato a mettersi a nudo?
«Diciamo con la vecchiaia ci riesco sempre di più».
Davvero? Pensavo fosse il contrario?
«Più invecchiamo più abbiamo l’esperienza necessaria a capire cosa è importante e cosa non lo è. Essere cool, distaccato o giocare a fare il figo sono solo atteggiamenti. Non c’è niente di male a farsi vedere vulnerabile, se questo serve a farti sentire davvero vivo».
Il buddismo l’ha aiutata in questo?
«Il buddismo mi ha sicuramente aiutato, ma molto ha fatto la vita stessa, è un processo naturale, credo».
Comprare un cane può aiutare le persone a sviluppare il tipo di amore incondizionato di cui parlavamo prima?
«Sono sicuro che Hitler era molto affezionato al suo cane e lo trattava benissimo. Vede, la cosa interessante è che questo tipo di amore è presente in tutti noi. Quello di cui non siamo capaci è trasferire questo sentimento nella vita di tutti giorni. Lo vediamo nei comportamenti tra i popoli, ad esempio: i cinesi con i tibetani, i palestinesi con gli israeliani. A livello di individui abbiamo gli stessi problemi, le stesse preoccupazioni, uguali aspettative per i nostri figli. Il problema è che ci focalizziamo sulle piccole cose che ci dividono invece di concentrarci su quella grandi che abbiamo in comune».
Prima, parlando di meditazione, diceva che la caratteristica principale è di non avere aspettative o rimpianti sul passato. Lei ci riesce veramente?
«No, ma  ho imparato ad avere una prospettiva diversa: cerco di non vedere le persone intorno come entità diverse e separate da me, come se ognuno vivesse un’esistenza esclusiva e incapsulata. L’ìmportante è capire che facciamo tutti parte della stessa storia».
A proposito del passato: che effetto le fa ripensare agli inizi della sua carriera? Rivedersi in quei primi film?
«Provo tenerezza e comprensione per quel ragazzo. Gli voglio bene come a un fratello più piccolo».
È difficile conciliare la meditazione con il fatto di lavorare in un’industria come quella di Hollywood?
«Sa che questa domanda me la fanno solo in Europa? Ma che visione avete di Hollywood, come di una specie di Sodoma e Gomorra? Fare l’attore vuol dire anche svegliarsi alle cinque, stare sul set fino a quando fa buio, vivere lontano dalla tua famiglia per settimane. È un lavoro bellissimo, ma le assicuro che è molto duro e il mondo in cui vivo è uno solo, non sono due universi paralleli. Quello che li tiene uniti è la motivazione con cui faccio le cose: per raggiungere la serenità».
Ci sono film dei quali si pente di averli girati?
«No, perché non ho mai accettato un film  pensando che fosse un brutto film».
Se dovesse indicare quello che le ha cambiato la vita, quale direbbe?
«I giorni del cielo: non è stato un successo commerciale, ma ha fatto in modo che io entrassi a far parte della categoria dei veri attori, di quelli seri»
Avrei detto “Pretty Woman”.
«Anche. Grazie a Pretty Woman posso andare ovunque nel mondo, anche nella giungla del Borneo, ed essere riconosciuto».

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