mercoledì 28 aprile 2010

Quella volta in cui chiesi a Bob Sinclar se lui, dopo aver finito di suonare, va in albergo a fare sesso



“E’ un peccato che tu non possa essere qui. Mi piace far vedere alla gente dove lavoro: ho uno studio nel Marais, molto colorato, pieno di oggetti. Ti avrei mostrato la mia collezione di Playboy”.  No, purtroppo nella settimana in cui tutto il mondo è rimasto a piedi, quello che doveva essere un incontro con Bob Sinclar diventa una telefonata. Per mia fortuna dal vivo lo avevo già visto qualche tempo fa ed avevo potuto constatare tutto quello che si dice di lui. Personaggio superstar, fascinoso, una forza della natura, un uomo in grado di far ballare e tenere in pugno migliaia di persone senza perdere mai il sorriso dalle labbra. Assieme a David Guetta, un altro francese, Bob Sinclar (nome d’arte: quello vero è Christophe Le Friant) è il dj più famoso e quotato del mondo. Quando si muove lo fa con l’aereo privato (“sì, ma in affitto”, specifica, “mica sono un capo di stato”) e per cifre che messe insieme in un anno fanno lo stipendio di un calciatore.  Non solo. Quando, invece di esibirsi, compone canzoni, lo fa con una facilità tale da sfornare hit clamorose in grado di restare ai vertici delle classifiche per mesi. Una su tutte: Love Generation, il tormentone dell’estate 2006, colonna sonora di una campagna di telefonini, conosciuta ai più come “la canzone del fischietto”.  Facile che quest’anno Sinclar faccia il bis con I Wanna, brano del suo nuovo album, Made in Jamaica, che contiene rivisitazione dei suoi successi in chiave reggae.  “Non avrei mai immaginato di arrivare fin qui”, dice raccontando degli inizi, di come aver visto per la prima volta un dj mixare dei vinili gli abbia cambiato la vita, di come abbia deciso, in quel momento, di voler fare lo stesso “ma siccome nessuno mi scritturava come dj, già da subito mi sono messo a fare musica mia, tanto che nel 1993 ho fondato la mia etichetta, la prima indipendente francese, e con quella ho cominciato a produrre altri artisti”. Il Bob Sinclar che conosciamo oggi nasce in realtà nel 1997 quando “ho deciso di nascondermi dietro questo nome d’arte per creare un personaggio e lavorare su quello, sulla sua immagine”.  Se c’è infatti un merito che gli viene riconosciuto - oltre a quelli strettamente musicali – è di aver spostato l’asticella della professione ancora un po’ più in alto, sia in termini di popolarità che di immaginario. Di dj bravi e superstar ce n’erano già, ma nessuno prima di lui aveva creato un mondo di riferimento fatto sì di musica, ma anche di belle donne, di glamour, di location esotiche e di sensualità.
Se deve dire un anno, un momento, una serata, in cui Bob Sinclar è diventato quello che è ora, quale indicherebbe?
“La mia carriera è stata molto graduale, non è stata improvvisa. Però a livello di popolarità direi il 2005, quando uscì Love Generation: lì c’è stata l’esplosione perché la canzone arrivò prima in classifica in diversi paesi. Molto lo devo anche all’Italia: all’epoca Radio Deejay e Albertino supportarono molto il mio disco, tanto che adesso credo di essere molto più famoso lì da voi che in Francia”.
Sta scherzando? Guardi che li ho visti i giornali di gossip francesi e lei c’è.
“Sì, però è vero che ho più richieste di interviste dalla stampa italiana che da quella locale. Grazia Francia, ad esempio, non mi ha chiamato!”.
Questa immagine di Bob Sinclar sempre circondato dal lusso e dalle donne appartiene anche a lei o solo al suo personaggio?
“Io sono una persona molto semplice, non ho nessuna abitudine da ricco né tantomeno vivo in un castello.  Non ho neanche una macchina grossa: guido una Mini. Però ho delle fantasie e tramite Bob Sinclar riesco a viverle. Ho una passione per Playboy, mi piace quel tipo di lusso e di ideale di bellezza, ma non a livello sessuale, semplicemente a livello estetico. Mi piace tutto quello che è legato alla disco di fine anni 70. Avrei voluto essere una superstar di quell’epoca: nei video e nella mia immagine cerco di ricreare quelle atmosfere”.
Si dice sempre che i dj sono le nuove rockstar. Lei si sente così? La sua vita è rock’n’roll?
“Più che una rockstar io mi sento un atleta. Per fare la vita che faccio io - andare a dormire alle sei del mattino, viaggiare continuamente - devo riguardarmi. Se bevessi e prendessi droghe a quest’ora sarei già morto. E poi, a differenza del rock, nel mondo dei dj c’è molto meno ricambio, non è come per le nuove band che ce n’è una nuova ogni sei mesi. Io so che posso durare ancora molto e so che per farlo devo tenermi in forma”.
Però è indubbio che i dj hanno in parte sostituito i cantanti nell’immaginario collettivo.
“ I dj della mia generazione sono un po’ come le modelle degli Anni 90, quelle di cui ancora adesso tutti si ricordano. Anche noi, come loro, siamo stati fortunati e siamo capitati proprio nel momento di passaggio in cui la nostra professione, come allora quella delle modelle, ha incominciato a ricevere attenzione, a far parte del costume. Siamo diventati delle icone. Sa quanti marchi di abbigliamenti mi vorrebbero come testimone? Ricevo richieste in continuazione, così come se Dolce & Gabbana devono fare una pubblicità ancora oggi chiamano Claudia Schiffer o Naomi Campbell, non una di queste giovani russe tutte bionde e tutte uguali”.
Vuol dire che nel mondo ci sono ragazzi che appeso in camera invece del poster di Mick Jagger hanno il suo.
“Sì, e ne sono felice. Siamo un bel modello per i ragazzi più giovani: il dj è anche un imprenditore di se stesso, uno che non deve per forza essere bellissimo o giovanissimo e che non deve per forza aderire al clichè sesso, droga e rock’n’roll. E’ vero che la nostra è una professione glamour, ma è anche un lavoro che nasce da una passione e dimostra ai ragazzi che si può vivere dei propri sogni”.
Un mio amico invece sostiene che, a livello di immaginario erotico,  i dj sono i nuovi maestri di tennis: una volta si sognava la scappatella con loro, ora la si sogna con voi.
“E infatti io in passato sono stato un maestro di tennis! I primi dischi li ho comprati con i soldi che ricavavo dalle lezioni che davo”.
Quindi conferma: siete il nuovo sogno erotico.
“Il club è un luogo molto erotico di per sé: le ragazze si vestono in modo provocante, i ragazzi vengono per incontrare le ragazze. E poi sì, l’attenzione delle donne è tutta per il dj, ma il perché non lo so, dovrebbe chiederlo a loro”.
Da frequentatrice di locali glielo posso dire io: il dj è erotico perché è in una posizione dominante e alle donna il potere piace sempre, anche quello di saper far divertire una sala stracolma  di persone.
“Il dj è il maschio alfa. Alla fine si ritorna a Darwin: le femmine cercano il maschio dominante. E poi c’è la musica, che è molto sexy di per sé. In particolare la mia è molto femminile, perché è basata sulle armonie e sulle melodie. Quella di altri dj è più aggressiva, maschile: la mia musica è più per le donne. Il mio successo è anche questo: porto le donne nei club. Gli uomini vengono di conseguenza, per incontrare le donne. Per quale altro motivo gli uomini verrebbero a ballare?”.
Quindi la sua più grande soddisfazione come dj è far divertire il pubblico, far incontrare ragazzi e ragazze e sapere che, usciti dal club, andranno a fare l’amore.
 “Certo”.
E lei lo fa?
“No, di solito torno in albergo da solo alle sei del mattino. Sono solo lo strumento grazie al quale gli altri si incontrano. Va bene così ”.
E prima? Fa sesso prima di suonare?
“No. Non posso. Perderei tutta l’adrenalina. Gliel’ho detto: sono come un atleta”.
(Grazia, 27 aprile 2010)

venerdì 23 aprile 2010

... per tutto il resto ci sono gli amici froci/9

Io: "Ti ho chiamato dieci volte. Dove cazzo eri?"
AF: "In palestra"
IO: "Sì, vabbè. E io ci credo. L'ultima volta sarà stato due anni fa"
AF: "Sì, ma adesso tutto è cambiato"
Io: "Vuoi dire che è cambiato l'istruttore: sarà un figo che ti vuoi fare".
AF: "No. E' morto Malcolm McLaren".
Io: "Scusa eh, ma mi sfugge il collegamento tra la sua morte e la tua forma fisica."
AF: "L'hai vista la bara?"
Io: "Sì. bellissima. Con quella scritta "Too fast to live too young to die"
AF: "Ecco. Sulla mia ci sarà scritto "Too fat to live too young to die"".

martedì 20 aprile 2010

Questo blog è vivo e lotta insieme a voi

A breve qualche cambiamento. Stay tuned.

martedì 9 marzo 2010

Quella volta nel settembre del 2008 in cui Kathryn Bigelow mi disse che per fare la regista a Hollywood bisogna non accettare mai no come risposta


La notizia di gossip mi arriva dopo, a intervista conclusa, e forse è meglio così. Pare che Kathryn Bigelow e Mark Boal, giornalista e sceneggiatore del film, siano fidanzati. Ripensando al loro atteggiamento durante l’intervista, in effetti, qualcosa si sarebbe potuto intuire. Mark e Kathryn affrontano la stampa insieme, seduti vicini su un divanetto di velluto: entrambi sorseggiano Coca Cola, si guardano spesso e lei fa di tutto per coinvolgerlo nelle risposte. Un elemento affettivo che rende ancora più speciale un film che speciale è già di suo. Intanto perché The Hurt Locker è il primo film della Bigelow dopo sei anni di assenza (l’ultimo, K-19: The Widowmaker, una storia politica e di azione ambientata all’interno di un sottomarino russo, risale al 2002). Poi perché è un film molto crudo e sincero sulla guerra ed è girato da un regista donna, specializzata in film d’azione, certo, ma pur sempre donna. La storia prende spunto dall’esperienza che Boal ha vissuto come giornalista al seguito delle truppe americane in Iraq nel 2004, all’interno della EOD, l’unità speciale destinata al disarmo sul campo di ordigni esplosivi: una squadra di artificieri altamente specializzati che svolgono un lavoro ad altissimo tasso di mortalità e per i quali il rischio - e, per estensione, la guerra tutta - diventano quasi una sorta di droga, una sensazione da voler prolungare il più a lungo possibile.
Che cosa significa esattamente l’espressione “The hurt locker”?
«Letteralmente significa “il contenitore del dolore”: “locker” è infatti l’armadietto all’interno del quale i soldati conservano i loro effetti personali. In senso non letterale “hurt locker” è il luogo del dolore definitivo ed è un termine che Mark ha sentito usare dai soldati quando era con loro a Bagdad. Era un modo di dire tra di loro, di scherzare, quasi. Quando trovavano una bomba da disinnescare dicevano: “se questa esplode, finiamo tutti nell’hurt locker”».
Prima dell’inizio del film sullo schermo compare una frase: “war is a drug”, la guerra è una droga.
«La frase intera è: “la furia della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale, perché la guerra è una droga”. Oggigiorno andare a combattere in Iraq è una scelta volontaria. Diversamente dal Vietnam, l’attuale l’esercito americano è formato esclusivamente da volontari, ragazzi che hanno scelto deliberatamente di partire per il fronte. Entrare a far parte di un’unità speciale come quella che si occupa del disarmo degli ordigni è un passo ancora successivo: i soldati vengono sottoposti a test psicoattitudinali e di intelligenza e solo quelli con determinati requisiti posssono far parte della squadra anti bombe. Il loro è il lavoro più pericoloso in assoluto, e per alcuni l’attrattiva maggiore è proprio questa: avere a che fare costantemente con la paura e il fascino che questa esercita sull’essere umano».
Nel film molte scene sono girate in esterno, nel deserto, e sembra quasi di toccare con mano la polvere e il caldo che soffrono i soldati, per non parlare della perfetta ricostruzione di Bagdad.
«Abbiamo girato quasi tutto in Giordania, a 5 km dal confine iracheno. Avrei voluto attraversarlo, ma c’erano troppi cecchini e la produzione non me lo ha permesso. La sensazione di autenticità che lei descrive è esattamente quello che volevamo ottenere e per farlo ci siamo basati sulle fotografie che Mark aveva fatto quando era laggiù. Volevamo che la ricostruzione fosse realistica e accurata perché volevamo mettere letteralmente gli spettatori nei panni dei soldati. Come regista la mia responsabilità è di essere il più onesta possibile nel mostrare al pubblico in che modo vivono i soldati laggiù, giorno dopo giorno».
Questi soldati sono degli eroi? Lei ne mostra gli aspetti contrastanti: decisi e senza paura quando sono sul campo di battaglia, ma incapaci di scegliere una scatola di cereali quando sono in abiti civili.
«La mia intenzione era di smantellare l’idea di eroe così come lo conosciamo dagli altri film di guerra. Sì, queste sono persone che salvano altre vite umane, è vero, ma il prezzo che pagano in termini di normalità è altissimo».
Crede che questa guerra sia diversa dalle altre?
«Tutte le guerre sono tragiche e inutili, e questa non fa certo eccezione».
Fino all’anno scorso tutti i film americani che hanno trattato il tema della guerra in Iraq sono stati puniti al botteghino, come se il pubblico non fosse ancora pronto, come se la ferita fosse ancora aperta. Crede che l’attitudine del pubblico americano  sia cambiata rispetto a qualche anno fa?
«La curiosità del pubblico per quello che sta succedendo in Iraq c’è sempre stata, anche perché i giornali e la televisione non ne parlano mai abbastanza. Poi, certo, negli ultimi tempi l’opinione pubblica è cambiata e ormai tutti pensano che questa guerra è un errore e che le truppe dovrebbero tornare a casa. Persino il presidente Bush lo ha dichiarato».
Il ritiro delle truppe americane in tempi brevi è una speranza realistica? E se sì, chi dovrebbe gestirlo?
«Sono appena stata alla convention democratica. Quando ho sentito parlare Barack Obama ho pensato: “Quest’uomo deve essere presidente”. Solo lui può riuscirci».
È difficile per una donna lavorare a Hollywood, specialmente per una come lei che fa film d’azione?
«Lavorare a Hollywood è difficile in assoluto, ma io sono testarda, quando una storia mi attrae e mi metto in testa di realizzarla mi do tanto da fare finché non ci riesco. Ah, e poi non accetto mai “no” come risposta, forse è questo il segreto».
(Grazia, 13/10/ 2008)

domenica 7 marzo 2010

Del perché questa notte faremo l'alba per vedere gli Oscar. Del perché facciamo questo mestiere. Del perché quando si spengono le luci in sala ancora ci commuoviamo. Del perché ci innamoriamo sempre di quelli sbagliati. Soprattutto, del perché continuiamo a volere la favola.



Ali MacGraw did not want to do The Getaway, which would star Steve McQueen and be directed by Sam Peckinpah. Her husband Bob Evans urged her to do the film, because it would stretch her beyond preppy roles, but MacGraw didn’t want to be separated from their baby, Josh. Moreover, she was apprehensive. She remembered that “one winter day in 1968 it was raining and freezing and I had time to kill” before one of Sokolsky’s shoots, “so I darted into Radio City Music Hall to see Bullitt.” McQueen was at the height of his fame with that movie, with its genre-creating extended car chase, most of which he performed himself. MacGraw says, “That was the only time in my life I went, ‘Oh. My. God.’”


On a spring day in 1971, McQueen was paying a visit to the Evanses to discuss The Getaway. “It sounds so corny,” MacGraw says, “but I remember sitting in the projection room and seeing Steve on the other side of the swimming pool, and you could see those eyes—the most extraordinary blue. I was just electrified. That’s scary. It’s very visceral. The brain isn’t involved in that moment.” After McQueen left, she telephoned her old boss:. ‘Mister Melvin, I’m in trouble", she said. 


MacGraw and McQueen began their affair soon after they arrived in Huntsville, Texas, for the three-month shoot. “It was very evident that they were falling in love,” says Katy Haber, who was then Peckinpah’s assistant. When The Getaway wrapped MacGraw went back to Evans to make a stab at reviving their marriage. “McQueen was desperately in love with Ali.”, says Katy. “He said, ‘Katy, you don’t understand. This is the first time in my life that I have no desire or even thought of sleeping around. This is the person I want to be with for the rest of my life.’". MacGraw, meanwhile, was struggling. “She was in extreme conflict; her loyalty to Bob was strong—she went through hell and back,” Haber remembers. Ultimately, there was no defense for her feelings for McQueen. MacGraw had a mutual friend call Candice Bergen, who she knew was vacating her house. After a short stay there, MacGraw rented a Coldwater guesthouse and McQueen rented one on Mulholland Drive. The cottages were separated by an empty field. When they fought, as they frequently did (from the start, “it was either great days or horrendous days, and nothing in between,” says MacGraw), they would separate, then immediately miss each other and set out across the field to be together again.


MacGraw and Evans divorced, and she and McQueen—with young Josh and McQueen’s son, Chad—moved to a beachfront home in Trancas, north of Malibu. They lived the simple life that McQueen stubbornly cleaved to and that MacGraw felt was right for Josh. She put Steve’s meat and potatoes in front of him every night at six. He didn’t want her to work, so she didn’t.


On July 11, 1973, McQueen and MacGraw took off with their children to Cheyenne, Wyoming, and checked into a room at a Holiday Inn. MacGraw recalls, “Steve and Chad slept in one bed, Terry [Steve’s daughter] and I in the other, Josh in a crib in the middle.” The next day—with Ali and Terry in identical plaid skirts, carrying matching bouquets—Steve and Ali were married in a public park.


MacGraw says today that McQueen was “very damaged, and I don’t mean that at all in a nasty way—he was a combination of incredible darkness and anger and mystery and almost child-like vulnerability. His mood swings were incredible.” But she doesn’t let herself off the hook. “I am 1,000 percent not a victim.” They were equally at fault, in her view. “I did the sullen holdback. I was tight. Judgmental. Simmering. We both had work to do.” She went into therapy. Insecurity made her “trim and cover” who she really was “to make myself desirable, because he was the most desirable man on the planet, and I would think, I can’t possibly be desirable enough for this creature—every woman in the restaurant is looking at him!” 


Meanwhile, McQueen felt cowed by the world sherepresented. He resisted going to the formal party for his film Papillon because “intellectual heavyweights like Jonas Salk” would be there. McQueen’s anxiety was even deeper. Before Mengers’s party for Princess Margaret, MacGraw says, “he got high on coke. He knew it was bad for him. He got these catastrophic depressions, I mean the scariest. I said, ‘Why in the world do you do this? The level of misery you set yourself up for!’.


There were “sweet, wonderful” times, she says, “Easter and the Fourth of July, having potluck dinner with the neighbors. We had a peaceful, incredible, real life.” She recalls a dinner for his film The Towering Inferno, “where our chemistry was extraordinary, unbelievable. A trip during my birthday. I came back to my room in the motel, and there were daisies and white roses everywhere. He loved daisies; there were hundreds and hundreds of them.” Once she even got him to the ballet. “Baryshnikov and Gelsey Kirkland—I said, ‘You can’t not go!’ It blew his mind.


Ultimately, McQueen’s paranoid possessiveness was unconquerable. He had already been having numerous affairs, according to MacGraw. “He had a suite in the Beverly Wilshire hotel, where he would go when we fought. It was a place I never went, which was stupid. I should have gone in, opened the door, and kicked the shit out of whoever was in bed with him.” She adds, “He would have enjoyed it!”.


The only infidelities that mattered to him were the ones he imagined her having. When she was at her lowest ebb, she was invited to be photographed by Francesco Scavullo for his book Scavullo on Beauty. She flew to New York, eager to feel what she hadn’t felt in a very long time: glamorous. There was a knock on the door of the apartment she had borrowed, and it was McQueen. Convinced she was having an affair, he’d taken the next flight to check up on her.


After she made Convoy she and McQueen drove to Montana. “I fell in love with him all over again.” She wanted them to cancel dinner with a friend of his, but they kept the date, and while McQueen “boringly talked camshafts and God only knows what,” MacGraw conversed with his friend’s companion in her rusty Italian. “You were flirting with him in a foreign language!,” McQueen accused her during the drive back to Malibu. “He kept at it and kept at it and kept at it. It was terrible and frightening and catastrophic.” Realizing that even she couldn’t fix that much distrust, she moved out.


Theirs was one of the great love affairs of the past century. “It was very, very passionate, and dramatic, and hurtful, and ecstatic,” says MacGraw. “It was pretty much a wipeout for both of us. But I think it’s safe to say it would have been impossible not to fall in love with Steve.”.


As for McQueen, the actor’s closest friend in his last years, martial-arts master Pat Johnson, says, “I have to be careful, because I still know Barbara [Minty McQueen, the last of Steve’s three wives], and he did love Barbara, but … ” He pauses, then out it pours: “Steve loved Ali MacGraw more than he loved anyone else in his entire life. Until the day he died”—in November 1980, of lung cancer, three years after he and MacGraw divorced—“he was madly in love with her.”


(L'articolo intero, spettacolare, è qui. Credo di non avere mai letto niente di così meraviglioso che spieghi, raccontando vite vere, che cosa sia in realtà la magia del cinema.) 

martedì 2 marzo 2010

It’s not exactly Avatar with spray cans

Proudly fan di Banksy since 2003 questo blog è lieto di annunciare l'uscita del suo primo film, Exit through the Gift Shop.

(il titolo del post viene da qui)

Quella volta in cui Charlotte Gainsbourg mi disse che quando la chiamano artista lei si vergogna


La cosa più incredibile di Charlotte Gainsbourg è il modo in cui ti racconta anche le cose più intime. Soprattutto, il fatto che te le racconti. Ci sono intervistati che si mettono sulla difensiva dal momento in cui accendi il registratore, altri con cui hai la netta impressione che alla prima domanda un po’ più personale (e per alcuni anche “le piace la pastasciutta?” rientra nella categoria) chiameranno il publicist e ti faranno cacciare in malo modo. Con lei no, anzi. Con lei hai la non comune sensazione che potresti chiederle tutto, che risponderà a tutto con quella sua vocina e quei modi delicati, e forse proprio per questo, perché la vedi così disponibile e forse anche un po’ indifesa, sei la prima tu a trattenerti, a non affondare, perché ti viene quasi voglia di proteggerla. Ancora di più quando l’argomento di conversazione riporta a un episodio dell’estate del 2007: Gainsbourg batte la testa facendo sci d’acqua. Si rialza come se niente fosse. Mesi dopo e dopo settimane di feroci mal di testa, si sottopone a una risonanza magnetica (la sigla in francese è, appunto, IRM) il cui risultato è chiaro: emorragia cerebrale. «Sono stata per un mese a rischio di morte e non ho avuto nessun segnale del pericolo che stavo correndo», ricorda lei. «È stata questa la cosa più sconvolgente. I medici non potevano credere che non avessi avuto nessun sintomo. Continuavo a pensare: e se mi succede di nuovo? Come faccio ad accorgermene?». Adesso Gainsbourg sta bene, anzi «fisicamente stavo già bene il giorno dopo l’intervento. La parte più difficile è stata il recupero psicologico: ero terrorizzata, come se mi avessero tagliato le gambe. Non sapevo da che parte andare, ero molto instabile. Lavorare a questo disco è stato il modo migliore per uscire dal tunnel in cui ero finita». IRM è quindi diventato il titolo del suo terzo disco, un progetto realizzato insieme al musicista americano Beck e in cui in un brano si sente anche il suono dello scanner.
Come mai ha deciso di rendere pubblica una cosa così privata come la sua salute?
«Non avendo composto né la musica né le parole, volevo però trovare un modo di rendere IRM un lavoro mio, personale. In realtà all’inizio avevo pensato di mettere solo il suono della risonanza all’interno di un brano e a Beck l’idea era piaciuta molto. Poi, quasi senza dircelo, il disco si è sviluppato intorno ai temi del ricordo, della vita, della perdita. È stato un processo naturale, istintivo. Non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo: ok, adesso scriviamo canzoni che parlino della mia malattia».
Le malattie alle volte ci fanno scoprire più forti di quello che pensavamo di essere. Anche per lei è stato così?
«L’opposto. Fino all’incidente ho sempre pensato a me come a una persona forte: dopo mi sono scoperta debole e in preda agli attacchi di panico, assolutamente vulnerabile».
Dopo l’intervento ha cominciato a incidere questo disco con Beck e a girare “Antichrist” con Lars von Trier: due personaggi non esattamente facili con cui lavorare. Si è scelta una vera terapia d’urto per uscire dalla crisi...
«Sono molto insicura e mi piace affidarmi gli altri, lasciare a loro il controllo delle situazioni: mi piace l’idea di potermi abbandonare completamente a qualcosa di più forte. Quando lavori a un film o a un disco non hai tempo per pensare ai tuoi problemi: è un modo per dimenticarti di te stessa, per uscire da quello che sei. Era proprio quello di cui avevo bisogno e infatti è stato molto terapeutico».
Lei giustamente non si ricorda, ma noi ci eravamo già incontrate a Cannes, lo scorso maggio. Allora mi aveva detto di non considerarsi un’artista, anzi che la parola la mette quasi in soggezione. In questo disco però lei canta come una vera cantante.
«Be’ sì, nel disco precedente (intitolato 5:55, ndr) ero molto più timida e vergognosa. Con Beck è stato più facile perché eravamo solo noi due e il tecnico del suono, era una situazione molto intima. Lui è stato bravo a farmi sentire che potevo sperimentare e che nessuno mi avrebbe giudicato per questo».
Il fatto di non sentirsi un’artista ha a che vedere con l’essere figlia di due icone del cinema e della musica?
«Sono cresciuta con un padre che era solito ripetere che la sua stessa musica non era niente di importante, che gli artisti veri erano Chopin e Beethoven, non lui. Stessa cosa per mia madre: non si è mai piaciuta, non le sono mai piaciuti i suoi film, non si è mai considerata una grande attrice. Ecco, ora si immagini come possa sentirmi io, io che non ho mai davvero composto una canzone o scritto una sceneggiatura. E poi la parola artista è imbarazzante di suo: sentirla abbinata a me mi fa vergognare».
Amy Winehouse sul suo twitter ha scritto di vergognarsi di suo padre, perché va in giro a rilasciare interviste come una rockstar. Lei si è mai vergognata di qualcosa che hanno fatto i suoi genitori?
«Oh sì. Quando ero bambina odiavo essere accompagnata a scuola da mia madre perché sapevo che i miei compagni di classe prendevano in giro lei e mio padre. Allo stesso tempo però ero orgogliosa di loro due e quindi i commenti dei miei coetanei non mi ferivano più di tanto. La volta in cui mi sono vergognata di più in assoluto è stata quando mio padre, per paura che mi rapissero, mi aveva messo alle calcaglia due guardie del corpo che mi seguivano a scuola. Ero piccola, mi sembrava tutto un gioco, solo dopo ho capito che aveva ragione perché c’era un pericolo reale».
È ancora doloroso per lei ascoltare le canzoni di suo padre?
«Sì, perché sentendo la voce alle volte mi dimentico che è morto. È una sensazione strana, mi fa ancora soffrire».
Però poi nella vita ha deciso di fare anche la cantante.
«Pensavo che non sarei mai riuscita a cantare senza mio padre. Tutte le mie esperienze musicali sono da sempre associate a lui: dalla musica classica che mi faceva ascoltare da bambina, al primo disco a cui abbia mai lavorato (Lemon incest, ndr). Quando lui è morto è come se fosse morta la voglia di fare musica. Ho impiegato molto tempo per ritrovare dentro di me quel desiderio».
Ai suoi figli non fa ascoltare le canzoni del nonno?
«Con loro ho usato questo trucco: ho messo nei loro iPod i dischi di mio padre e ho aspettato che li scoprissero da soli. Mi fa piacere pensare che si stiano costruendo delle fantasie personali su di lui a partire dalla sua musica».
Certo che per un’insicura lei si è scelta delle sfide mica male. Qual è la prossima? Un nuovo disco o un film?
«Cantare dal vivo. Mia madre insiste da tempo perché lo faccia e alla fine mi ha convinto».
(Grazia, 16/02/2010)

venerdì 26 febbraio 2010

Non mi sentivo così da quando scoprii l'omosessualità di George Michael

Carly Simon ha finalmente rivelato il nome del protagonista della canzone You're so vain. No, non è Mick Jagger, né Cat Stevens, né Kris Kristofferson e neppure Warren Betty. No, nessuno dei suoi ex. No, il protagonista di You're so vain è David Geffen, professione discografico. Gay.
(per ristabilire l'equilibrio ormonale qui sotto c'è la versione dei Foo Fighters. sing Dave, sing!)



mercoledì 17 febbraio 2010

... per tutto il resto ci sono gli amici froci/8

IO: «Pensa, propoio vicino a casa tua»
AF: «Adoro essere al centro della notizia»
IO: «Così al centro che tra un po' rischi di trovarti la Santanchè in casa. L'hai vista ieri sera a Matrix, seduta sul marciapiede?»
AF: «Ho cercato, ma le sue sopracciglia profondamente assimmetriche mi distraevano»
IO: «Ti capisco. Vabbè io speravo di vederti passare»
AF: «Avrei potuto rilasciare interviste»
IO: «Certo, dopo gli autografi sul Milano-New York...»
AF: «Scema. Guarda che sulla questione degli scontri tra egiziani e sudamericani io ho un'opinione ben precisa»
IO: «Maturata in anni di riflessioni sul'argomento?»
AF: «Una volta mi sono fatto un barista egiziano»
IO: «Inchiesta sul campo: mi piace. Quindi?»
AF: «Quindi gli africani ce l'hanno più grosso dei sudamericani. Dobbiamo ancora discutere su chi cacciare e chi tenere nel quartiere?»